Utopia o incubo?

[IT]

Scrivo solo poche righe, e pure in italiano, perché voglio raccontare un breve dialogo che ho avuto con un mio compagno di laboratorio.

Lui è giapponese (ovviamente) e stava preprarando dei campioni da analizzare nella stessa stanza dov’ero io e con mia sorpresa abbiamo iniziato a far due chiacchiere. Dico che ero sorpreso perché il giapponese medio è loquace quanto un italiano chiuso in una stanza da solo.
Comunque mi ha raccontato che ha da poco trovato lavoro, e il dialogo mi ha lasciato molto perplesso, faceva più o meno così:

“Sai, sono contento perché ho trovato lavoro, andrò alla sezione strumenti musicali della Yamaha”
“Ah, bello, quindi qui è normale che le aziende vengano nelle università a cercare personale…”
“Sì, si trova sempre lavoro quando si è ancora a scuola”
“Quindi, scusa ma non ricordo, ti stai per laureare alla triennale?”
“No, sto facendo la specialistica, mi laureao alla fine del prossimo anno e poi inizio a lavorare”
“E sai adesso, più di un anno prima, dove andrai a lavorare? Cioè, è una cosa certa?”
“Sì sì, ho fatto il colloquio e tutto…”
“Però, e quanto ti dura il contratto?”
“Contratto?”
“Sì, quello che hai firmato per il lavoro? È di 6 mesi, 2-3 anni? Quanto?”
“Oh, in Giappone non abbiamo quel tipo di contratti, lavorerò lì per 40 anni…”
“Scusa? hai detto 40 o 14?” (fourty e fourteen si potrebbero confondere all’orecchio…)
“Sì, fino a 60 che vado in pensione, sono tutti così i contratti qui…”
“Quindi normalmente prima di finire di studiare venite assunti fino a età pensionabile in una azienda?”
“Sì, è sempre così qui. Il prossimo anno mi laureo, mi trasferisco e inizio a lavorare…”
“…ma quanti anni hai, scusa?”
“23”
“E non ti senti un po’ a disagio a sapere/decidere a 23 anni che cosa farai per i prossimi 40?”
“È normale qui in Giappone, è sempre così”
“E se non ti piace quello che fai?”
“…”
“Voglio dire, cambieresti lavoro, no?”
“Pochissimi lo fanno, perché poi è molto difficile trovarne un altro…”

Penso di non essere l’unico a rimanere allibito di fronte a un racconto del genere. Forse sono io strano ma pensare di decidere ora cosa farò fino alla pensione, trasferirmi per lavorare e sapere che praticamente la mia vita sarà costruita intorno al contratto che sto firmando mi fa venire la claustrofobia, mi sentirei dietro le sbarre.
Senza considerare che un metodo del genere praticamente annienta la scala sociale, nel senso che garantisce una staticità sociale secondo em senza pari: muori come nasci.

Certo il tutto si fissa perfettamente nel quadro sociale giapponese, in una società molto organizzata e rigida, in cui ognuno ha il suo ruolo nel mandare avanti il perfetto meccanismo che è la società giapponese.
Nella famiglia media è solo il padre a lavorare, presso la stessa azienda per tutta la vita dalle 8 di mattina alle 8 di sera, è a casa solo per la colazione e per dormire; nel mentre la moglie è quasi sempre casalinga, sta dietro ai figli e garantisce che tutto il resto funzioni come deve (mi viene in mente un altro mio compagno di laboratorio che ha sempre il pranzo portato da casa, ma quelle volte che la mamma non glie lo prepara mangia in mensa perché non sa cucinare).

Con questo non voglio parlare solo male dei giapponesi, anzi presumibilmente da alcuni punti di vista è una situazione desiderabile. Senza contare i benefici che porta il fortissimo sentimento di comunità dei nipponici, che li porta ad anteporre sempre il bene comune al proprio, oltre al proverbiale rispetto per l’altrui persona.
Ma insomma, sarà che gli italiani sono un popolo di artisti e spiriti liberi, ma proprio non riuscirei a vivere così inscatolato.

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