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Nell’est del Kashmir, racchiuso fra gli altopiani del Tibet e le scure vette del Karakoram Pakistano, si nasconde la provincia del Ladakh. Le valli alte e aride sono la porta d’accesso al Tibet, e di qui sono passati i Lama che hanno portato nella regione più famosa dell’Himalaya il Buddismo tantrico. E porprio qui ancor oggi si osservano moltissimi gonpa, fra cui diversi di grande importanza per il mondo buddista: come Hemis, uno dei più grandi monasteri Drukpa. E come un tempo i padri predicatori del buddismo passarono di qui, oggi il Dalai Lama (in esilio) trascorre lunghi periodi in questa regione.

Lo scorso agosto, dopo aver messo in valigia una buona dose di entusiasmo, sono partito per un viaggio fuori dal mondo, in questa regione lontana dal chiasso dell’occidente.Il viaggio (organizzato tramite Viaggi nel Mondo, è doveroso dirlo)  ci ha portati prima a Dheli, dove mi son lasciato inghiottire dal caos delle strade della città vecchia. Qui le vie sono unite da un unico fiume umano, con i marciapiede ormai invasi dalle bancarelle di venditori ambulanti e dall’espansione dei negozi a bordostrada. Le strade sembrano immobili, non per l’assenza di gente, ma per la mancanza di un flusso organizzato per cui ogni persona, carretto, auto o bicicletta si muove in una direzione apparentemente casuale, cosicché nessuno sembra andare da nessuna parte.

Fra le viuzze si assapora l’India più vera, lontano dalle mete turistiche, e il mercato delle spezie è un’esplosione di colori e odori pungenti che lascia incantati.

Un mondo completamente diverso è invece il Ladakh, dove il tempo sembra non esistere: spazi immensi in cui lo sguardo si perde e sembra non cogliere nulla che si muova, un susseguirsi di picchi dalle infinite sfumature di marrone e rosso all’orizzonte, aridi, senza un solo albero; e lì in mezzo al nulla la sagoma bianca, dipinta con la calce, che tradisce la presenza di un eremo buddista. Sotto di tutto questo solo il rumore del vento, incessante e secco, che sferza le bandiere di preghiera fino a consumarle.

Nelle nostre visite ai numerosi gonpa abbiamo avuto anche l’incredibile fortuna di incontrare, del tutto per caso, il Dalai Lama in persona; venuto a inaugurare la recente costruzione della statua di un ciclopico budda in meditazione. Vederlo lì, a pochi metri, circondato dalla sua gente e in un contesto quasi privo di turisti ha un valore del tutto particolare, che esalta la dimensione spirituale e filosofica del Dalai Lama.

Il viaggio ha poi compreso anche un percorso di 6 giorni a piedi, dormendo in tenda, lungo la valle del Markha, affluente dello Zanskar (che a sua volta si butta nell’Indo). Qui ci siamo elevati fino ai 5000 metri (fino a 5750 sul Kang Yatse II – vetta a 6200), risalendo la valle pressocchè disabitata e a tratti di dimensioni tali da poter contenere un aeroporto. Ma sono le vastità dello Tso Moriri e dello Tso Kar a lasciare completamente persi, sospesi, a contemplare spazi così grandi da sembrare infiniti.

Gli abitanti di una terra sospesa nel tempo, non possono che essere anchessi diversi, distanti, inafferrabili. Nella loro semplicità traspirano una serenità che ci lascia ammaliati, ammirati nel vederla sui volti di chi non ha nulla mentre noi che abbiamo tutto non la riusciamo a capire. Forse qui, fuori dal tempo, ho capito la frase di quel burundese “Voi occidentali avete l’orologio, noi abbiamo il Tempo”.

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